3%: la serie Netflix distopica (o forse no)

(Recensione a cura di Rossella Lacedra)

3% è una serie tv di produzione brasiliana del 2016, distribuita da Netflix, disponibile in portoghese e in inglese con sottotitoli in italiano, due le stagioni fino ad ora, confermata la terza per il 2019, tutte con una sigla iniziale evocativa a metà tra Fado e musica tribale.
PREMESSA: un’analisi un po’ cervellotica, perché altrimenti sarebbe una sintesi.

TRAMA: Esistono due mondi all’interno di questa serie, l’ OffShore che accoglie il 3% più meritevole della popolazione, e l’Entroterra abitato dal restante 97%. Il primo è rigoglioso, ordinato e ipertecnologico, il secondo è povero, sporco e alla deriva. Gli abitanti dell’Entroterra hanno una sola ed unica opportunità nella vita per entrare a far parte dell’Offshore: attraverso il superamento di un lungo test psicologico estremamente articolato che si può sostenere dopo i vent’anni, questo percorso di selezione a numero chiuso si chiama “Il Processo”.

Da quale angolazione possiamo guardare la serie?

3% ha almeno tre elementi acuti e innovativi: 1) non è manicheo, più ci avviciniamo ai personaggi più fatichiamo a distinguere il bene dal male, soprattutto nelle intenzioni, 2) è estremamente attuale, pone un tema fondamentale al centro anche del nostro stile di vita europeo occidentale ovvero meritocrazia vs diritti, 3) ha il focus costante sull’estetica dell’ordine, cioè quell’insieme di regole sociali, estetiche e comportamentali necessarie affinché un luogo (e i suoi abitanti) possa essere pubblicamente riconosciuto come evoluto e preservato nella sua integrità.
Il modo in cui il regista ci fa esplorare questa società del 3% è attraverso l’iter di selezione di cinque ragazzi e ragazze nell’Offshore, ognuno con personalità e trascorsi differenti, ognuno mosso da ragioni profonde che spingono a questo desiderio morboso di scalata sociale. Il filo conduttore è il sospetto, difficile capire quanto e quando i vari personaggi – non solo i cinque principali – fingono per manipolare l’interlocutore. E questo è il quid che tiene viva la serie fino alla fine: l’impenetrabilità della dimensione che si colloca tra apparenza ed essenza. Fino a che punto siamo disposti a distorcere la realtà quando la posta in gioco è il nostro status quo? Esiste un limite non valicabile oltre il quale l’individualismo si trasforma in “cannibalismo”?

Le parole sono azioni

Questa serie tratta i temi dell’individualismo e del comunitarismo insistendo sulla retorica dell’ideologia, su come il potere abbia bisogno di rituali, di messaggi chiari diretti e ridondanti, di una perpetua propaganda ad ogni costo, che si appropri con ferocia di ogni lemma e confondendo i significati. Ce lo dimostra il discorso motivazionale di Ezequiel, l’alto dirigente dell’Offshore: “noi” e “loro”, “creare il proprio merito”, “forza”, “determinazione”, queste le parole ripetute incessantemente ai nuovi arrivati. La finalità è chiara, questa narrativa consolida il concetto di fondo che esista un gruppo sociale più meritevole di un altro; l’élite che forma il 3% però non è mai selezionata per ricchezza o censo (nessuno spazio per i “raccomandati”) ma solo ed esclusivamente sulla base delle capacità psichiche e intellettive. Una sorta di intelligenti vincenti da un lato e incapaci perdenti dall’altro. Il potere quindi non è (solo) dei ricchi contro i poveri, ma risiede nella seduzione manipolativa di chiunque debba aggregare attorno a se una comunità con delle caratteristiche e dei desideri in comune, alimentandoli esacerbandoli e spremendoli, affinché siano funzionali al sistema. Le alternative sociali che la serie offre a noi e ai personaggi sono la meritocrazia da una parte e la giustizia sociale dall’altra, entrambe affascinanti, entrambe manipolate, entrambe alla ricerca di un racconto che le renda appetibili, partecipate e quindi forti. 3% ci racconta che in questo (quel) momento storico chi non si schiera non esiste perché non si fa riconoscere, genera diffidenza e tendenzialmente viene eliminato. Lo capisce Michele tutte le volte che cerca la sua verità, lo capisce Joana quando si sforza per incanalare la sua lotta, lo capisce Raphael quando combatte tra ragione e sentimento.

3%: siamo in Brasile ma siamo dappertutto

Non è certamente un caso che questo prodotto cinematografico ci arrivi dal Brasile, il Paese con un tasso di disuguaglianza sociale ed economica tra i più alti al mondo, dove il 5% della popolazione più ricca guadagna mensilmente la stessa cifra del restante 95% e in cui chi nasce in una zona ricca può vivere anche fino a ventiquattro anni in più di chi invece risiede in una povera. Sono numerosi infatti i tentativi di registi brasiliani di far emergere la questione delle differenze tra classi sociali, un film tra tutti: “È arrivata mia figlia”, che tra elementi di ironia e leggerezza, pone il tema delle barriere che esistono anche a livello umano tra persone di diversa estrazione sociale come muri eretti per preservarsi e distinguersi l’uno dall’altro, una specie di codice della separazione.
Il grande merito di questa serie è la capacità di far mettere in discussione lo spettatore, anche semplicemente spingendolo a guardare la quotidianità con occhi più attenti (per esempio nel tunnel sotterraneo che collega la zona del Vaticano alla stazione di San Pietro ci abitano, proprio nel senso che ci vivono, cinque senzatetto, tra cui uno disabile. Io ci passo spesso e nella noncuranza generale – compresa la mia – in quei dieci metri senza luce che puzzano di urina mi sono chiesta: ma non è già questo l’Entroterra, a trecento metri da casa mia?)

Quello che è vero oggi non sarà vero domani

La dicotomia del bene da un lato e del male dall’altro nella serie viene presa di mira e ci sprona a cambiare frequentemente punto di vista. All’inizio possiamo provare compassione verso l’entroterra ridotto a latrina e odio spietato verso i potenti despoti dell’Offshore, poi questi sentimenti si mischiano, i contorni netti si sfumano, le storie umane si accavallano e vengono fuori tanti dubbi.
Una società così organizzata però va difesa dai nemici, ma come?
Conoscendoli in ogni dettaglio. L’ossessione del controllo mediante i più avanzati strumenti tecnologici, sacrifica ogni forma di privacy in nome di un più alto e nobile scopo cioè la sicurezza di un mondo perfetto e selettivo, l’Offshore.

18 episodi e un grande quesito

Per analizzare 3% potremmo scomodare Marx e la teoria per cui fin quando ci saranno le disuguaglianze esisteranno conflitti sempre più aspri, la scuola integrazionista che definisce le disuguaglianze come fisiologiche e proficue, o Bauman secondo il quale i poveri oggi hanno il duplice marchio di essere irrilevanti e non degni, o ancora Castells che a proposito della rivoluzione tecnologica in atto incita ad “occuparsi delle reti, altrimenti saranno le reti ad occuparsi di noi”. Oppure possiamo non tirare in ballo proprio nessuno e aspettare la terza stagione con una domanda leggera e per niente complessa: ammesso che siamo liberi di scegliere, siamo anche liberi di non scegliere?

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