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Dogtooth: fin dove si può arrivare in nome degli equilibri da preservare?

Recensione del film di Yorgos Lanthimos “Dogtooth”

Dogtooth, un film di Yorgos Lanthimos del 2009, distribuito nei cinema undici anni dopo, ad agosto 2020. Si tratta del terzo film del regista greco. La storia è incentrata su una famiglia composta da padre, madre, tre figli post adolescenti, in cui vige una norma generale inviolabile: nessuno può uscire di casa finché non avrà perso il dente canino. A fare eccezione è soltanto il padre che esce di casa unicamente per andare a lavorare. Ai ragazzi ignari della realtà viene raccontata una surrealtà. Le parole hanno significati diversi da quelli convenzionali, oggetti e animali producono effetti difformi rispetto al conosciuto, i gatti ad esempio, sono degli animali feroci e pericolosi dai quali proteggersi e all’occasione ammazzare. I genitori riproducono attività del mondo esterno, come ad esempio la scuola, all’interno della villa con piscina in cui abitano tutti insieme. Il solo elemento esterno introducibile è l’addetta alla security, funzionale a soddisfare meccanicamente i bisogni sessuali del figlio maschio.

A Lanthimos piace guardare morbosamente la distopia, esasperarla e renderla perversa. Dogtooth tocca da vicino almeno tre temi topici e li salda con un collante non nuovo ai suoi film: il disgusto. Si tratta di quella sensazione proprio fisica di disturbo gastrointestinale. E infatti ogni volta che guardo un suo film poi mi chiedo che cosa l’ho guardato a fare, non mi sono ancora data una risposta. Però questo è un altro discorso, probabilmente appannaggio di uno psicologo.
Dicevamo degli almeno tre temi topici che Dogtooth sviscera, secondo me sono: il fasciofamilismo, il binomio securitarismo/ libertà, la sessualità deviata.

Il fasciofamilismo

Non so se vi è capitato di avere a che fare con quelle famiglie in cui tutto è scandito da regole inflessibili, alle 7 ci si sveglia, alle 13 si mangia, per chiedere e ricevere bisogna mettere in atto pedissequamente l’esibizione sociale del dire grazie, prego, per favore, non c’è di che, il venerdì la frittata ma con le uova della gallina, il mercoledì il brodo, la domenica al cinema tutti rigorosamente insieme ma solo se piove sennò al parco, alle 22 e 30 a letto anche se non hai sonno. Ogni defezione alle abitudini innalzate a norme genera scompenso, messa in discussione, rinegoziazione degli equilibri, e in alcuni casi sanzioni o addirittura rotture, mentre, parallelamente, al ripetersi del rituale corrisponde una premialità. Ecco in Dogtooth moltiplicate questa modalità di interazione per mille, un milione, un miliardo.

Ogni azione è un rituale stabilito internamente che segue delle regole precise sempre uguali a loro stesse. Ad esempio cadenzatamente la madre e il padre lanciano nel giardino un aeroplano di carta, i figli sono convinti si tratti di un vero aereo caduto per caso, il primo che lo prende ha diritto ad una ricompensa. Ogni norma è pensata per apporre un tassello in più nell’equilibrio del nucleo familiare, il quale non risponde mai a dinamiche esterne. Grazie alla sua autarchia artificiosa la famiglia può aspirare al buon funzionamento, all’efficienza, alla solidità, all’infrangibilità. Lanthimos inscena un qualcosa che somiglia al concetto di “familismo amorale” di Edwuard C. Banfield nelle sue indagini sociologiche del 1976: “in alcune forme di società in maniera non dichiarata l’individuo mette in atto una serie di dinamiche tese a tutelare i membri consaguinei ignorando i membri delle altre comunità e supponendo che tutti perseguano lo stesso fine”. Affinché questo meccanismo si consolidi è però imprescindibile connotare fortemente la famiglia a livello identitario (qui entrano in gioco le regole ossessive e il maniacale rispetto dei rituali). L’identità non è costruita nella relazione con l’altro, ma nel rapporto con l’identico e nella rappresentazione di simbolismi, norme, modi di fare e di dire, linguaggi, convenzioni, costumi, tutti interni allo stesso nucleo, avulsi dal contesto nel quale avvengono, perché quel contesto (ossia la società) è considerato deviato, corrotto.

L’esterno è uno spazio da cui proteggersi e proteggere, fino al punto di negarne l’esistenza, ingannando i figli in nome del loro bene, l’interno è il rifugio. Più un nucleo da controllare è esiguo più è facile controllarlo, e quindi quale spazio migliore della famiglia? Ed è così che le inquadrature di Lanthimos sono dei piani fissi totali, la camera non si muove con i personaggi, lo spettatore deve essere in grado di percepire l’interezza nella sua crudeltà, la realtà (quella oggetto del film) è tutta lì e tu spettatore non puoi far altro che guardarla. Tuttavia in questa concezione autonomista e autarchica vengono sottovalutati alcuni elementi primordiali, uno tra tutti l’istinto di libertà, che infatti diventa il motore delle scene finali di Dogtooth dando vita ad una serie di eventi violenti perpetrati da chi non ha la minima idea di cosa significhi la violenza. Bene e male, giusto e sbagliato sono completamente soggettivizzati, validi solo ed esclusivamente per il nucleo al quale si riferiscono.

 

Il binomio securitarismo/libertà

La sicurezza, quella reale capace di sfuggire ad ogni corruzione esterna si ottiene andando in sottrazione, per andare in sottrazione è necessario l’isolamento. Da chi, da che cosa si sta isolando la famiglia di Dogtooth? Dalla relazione, dalla socialità, perché il mondo fuori è brutto, fa spavento, si muove su dinamiche che il singolo nucleo familiare non riesce a controllare, e il padre che tutto questo lo sa bene, le evita. Nessuno spazio per l’inclusione, il confronto, la negoziazione di valori, la condivisione, se non all’interno della famiglia, formata da membri che si muovono in base alle stesse regole. Senza un ventaglio di possibili scelte non esiste libero arbitrio e senza libero arbitrio può venir meno anche il concetto di volontà. Quando il padre di tanto in tanto, per premio, fa ascoltare Fly me to the moon di Frank Sinatra agli altri membri dice loro che a cantare è il nonno e ne modifica la traduzione del testo, “portami sulla luna” diventa “il papà ci vuole bene, a mamma ci vuole bene”. I versi che esprimono voglia di provare delle emozioni intense si trasformano in tentativi di rassicurazione e protezione. Lanthimos qui certamente si riferisce alla Grecia del 2009 all’orlo del suo fallimento, al tentativo di arroccarsi, ma la gigantesca metafora è riconducibile anche ai sovranismi come fenomeno sociale mosso dalla paura, dall’ossessione per il controllo. L’individualismo è l’opposto del collettivismo, e infatti in Dogtooth non esiste una società, un bene comune, delle forme di rappresentanza, non esiste nulla che non sia riproducibile su scala nell’ambito della famiglia stessa. Una scena interessante è quella della figlia che osserva il giardino da una finestra con delle grate, noi vediamo lei di spalle, le grate, il recinto e il canneto; tutte sbarre, tutti limiti, tutto un’asfissia da soffocamento. Robert Castel, sociologo francese, definisce le società odierne come “assicuranti”, in quanto considerate le più sicure mai esistite ma composte dalle persone più insicure mai esistite. Secondo il filosofo, l’insicurezza moderna non deriva da un’assenza di protezione, ma al contrario dal bisogno di prevedere e anticipare qualunque tipo di rischio. E in effetti in Dogtooth i genitori pretendono di prevedere qualunque rischio sociale anche a costo di trascorrere una vita a recitare.
Ma quanto è sostenibile nel tempo una dinamica del genere? Dipende certamente da quanto potente è il sentimento di paura che si riesce a generare. Paura di chi, di cosa? Degli altri, del loro modo di agire, della diversità, del progresso. E noi vediamo che nelle stanze della villa l’oggettistica è in pieno stile anni 80 anche se il film è girato nel 2009, il telefono modello vintage della Sip, i vhs, una radio che somiglia ad un grammofono, quasi a fermare il futuro, nell’illusione pericolosa e ossessiva di avere il controllo, perfino sul tempo.
Se – ancora più distopicamente del film – applicassimo familismo ed isolamento a tutti i nuclei familiari otterremmo una società fondata su miliardi di microscopiche unità disposte anche ad uccidere per futilità pur di salvaguardare il proprio piccolo nucleo. Un concetto ampiamente trattato nel cinema, da Buñuel con “Il Fascino discreto della borghesia” a Monicelli con “Un borghese piccolo piccolo” è riproposto da Lanthimos non tanto per evidenziare le contraddizioni borghesi, come in Parasite di Bong Joon-ho, quanto per portare al limite il chissà come sarebbe se…

La sessualità deviata

L’addetta alla security è l’unica persona esterna autorizzata ad entrare in casa, una volta alla settimana, unicamente per fare sesso con il figlio maschio. Il rapporto è una meccanica che si ripete ogni volta nella stessa forma, fino a che il ragazzo si rifiuta di continuare. Ufficialmente è l’unica forma sessuale concessa in casa, al netto di silenziose e inconsapevoli manifestazioni incestuose. Lanthimos rappresenta spesso il sesso come un elemento di messa in scena, qualcosa di perverso perché non derivante da una naturale e sana attrazione quanto piuttosto calato dall’alto e imposto nelle sue modalità d’esecuzione. Ripropone il concetto nel film The Lobster, nel villaggio dove è ambientato una sorta di comitato illuminato a suo insindacabile giudizio si occupa di decidere il o la partner con cui avere rapporti sessuali. Amore, desiderio, trasporto, coinvolgimento non hanno minima legittimità ad esistere, non sono nemmeno contemplati, probabilmente perché rappresentano una possibile distrazione dall’attenzione alla condotta, dal preservare l’equilibrio interno. L’assenza di piacere è una delle condizioni che permettono di inserire cadenzatamente nuove norme e nuove regole. In Dogtooth le inquadrature sono orizzontali e ferme, lì a schiacciare tutti i personaggi, ed in effetti i figli – vittime dell’inganno – sono appiattiti in un non luogo che loro pensano essere il mondo. Allo spettatore, alla spettatrice, mentre guardano un corpo totalmente distaccato dall’anima (o pensiero, o sentimento, o qualunque altro nome vogliamo dare) rimane una sensazione di conato di vomito che potrebbe durare per giorni, settimane, mesi.
Tanto si potrebbe dire ancora sul film, dalla rappresentazione del patriarcato, ai temi della felicità pubblica, passando chiaramente per l’isolamento durante l’emergenza sanitaria e per le questioni di attualità, ma ne parliamo un’altra volta che la situazione contingente è già complessa così. Semplificando: Dogtooth potrebbe essere una trasposizione elegante, intellettuale, una prova registica sofisticata e concettuale del noto monito di Troisi a Robertino “Robè,Robè…Robè, siente a me, ccà nun ce sta nisciuno limite, nessun diplomato e cosa, Robè…tu devi uscire, ti devi salvare, Robè, t’hanno chiuso dint’ ‘a stù museo, tu devi uscire, và mmiezo ‘a strada, tocc ‘e femmene, va a arrubbà, fa chello che vuo’ tu!”

Rossella Lacedra

 

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