Una Serie di Sfortunati Eventi: promosso, ma non a pieni voti

Ci ho messo un po’ a finire questa serie e mi rendo conto che non è stata una casualità. Le otto puntate della serie Netflix tanto attesa non sono state – o per lo meno non esattamente – quello che tutti noi ci aspettavamo. Può risultare banale parlarne ancora, visto che ormai in tanti hanno espresso la loro opinione sulla serie che si proponeva di operare una nuova trasposizione sul teleschermo dei romanzi omonimi, tuttavia ritengo che dovremmo affrontare con accuratezza l’analisi della serie per capire cosa ha funzionato e cosa no.

Data la predilezione innata dell’uomo a soffermarsi sulla critica e su ciò che è negativo, inizieremo a esaminare la serie da tutto ciò che non è risultato all’altezza delle aspettative (che nel mondo degli appassionati di televisione erano davvero smisurate, per utilizzare un termine caro alla serie).

Innanzi tutto non hanno convinto i ragazzini protagonisti, che hanno fornito delle prestazioni recitative sempre sul limite della sufficienza risicata. Specialmente Malina Weissman (Violet ndr.) è risultata un elemento estraneo, a tratti. Le sue espressioni così rigide hanno reso ancora più surreale l’ambientazione e le vicende della serie, facendoci quasi sembrare che nemmeno alla piccola Violet importasse più di tanto della sua sorte (e della sua sopravvivenza).

Voglio citare, inoltre, un concetto letto sul web che ho trovato particolarmente degno di interesse. Qualcuno, infatti, ha affermato che l’iperbole è lo strumento prediletto nella realizzazione della serie e nella narrazione anche all’interno dei libri di Lemony Snicket. Ma, alla luce del risultato di pubblico, forse la narrazione iperbolica delle vicende dei tre protagonisti è risultata eccessivamente forzata, specialmente negli episodi più lenti e con meno sorprese. Si è voluto enfatizzare a dismisura l’effetto straniante della differenza fra bambini e adulti, che non credono e non danno peso alle parole dei più piccoli. Ma questo obiettivo, perpetrato a lungo nella serie, ci ha lasciato a volte troppo tiepidi e indifferenti, impedendoci di provare anche un solo briciolo di empatia per quello che succede ai tre Baudelaire.

Queste pecche, evidenti agli occhi di molti, ignorate da altri che, invece, hanno trovato la serie perfetta, hanno reso il risultato sufficiente, ma non esaltante come speravamo. In molti si sono interrogati persino su quale fosse il target di pubblico a cui la serie si rivolgeva, dal momento che non poteva trattarsi di una serie per bambini o adolescenti, ma al contempo aveva dei caratteri che rendevano difficoltosa la fruizione ad un pubblico adulto e smaliziato.

Ciononostante, come detto, la serie è promossa perché non possiamo certo dire che sia stata brutta o realizzata in modo inadeguato. Tutti gli sforzi sono stati rivolti alla produzione di un TV Show sui generis che si facesse forza della sua stranezza. Dalle canzoni squallide, ai travestimenti assurdi fino ad arrivare ad una comicità anticonvenzionale: tutto nella serie ci risulta strano, assurdo, ma in un modo positivo e sorprendente. Rimuovere il velo di serietà che dovrebbe avere la tragica storia di tre orfani perseguitati da un meschino uomo alla ricerca del loro patrimonio era uno degli obiettivi dello show e, in questo, i creatori della serie hanno fatto centro. Ogni particolare stravagante si è dimostrato la perfetta tessera di un puzzle ben congegnato. Se solo la recitazione degli attori fosse stata in grado di convivere con la stravaganza del progetto del creatore della serie, Mark Hudis, e dell’universo immaginario creato dalla penna di Snicket, allora staremmo parlando di uno show sicuramente meglio riuscito e di maggior qualità.

Non ha deluso la recitazione di Neil Patrick Harris, sebbene alcuni ne abbiano criticato alcuni atteggiamenti parodiati dalla mimica di Barney Stinson (e non si può non tener conto che la maggior parte dei commenti del web sulla serie sia opera di fans nostalgici di How I Met Your Mother). Personalmente, invece, ho trovato anche l’eventuale parodia di Barney Stinson all’interno del personaggio del Conte Olaf una particolarità del tutto positiva. Harris è riuscito, grazie alle sue abilità recitative e ad una eccentricità familiare al pubblico, a creare un Conte Olaf sicuramente all’altezza di quello che ci aspettavamo. Se mai ci sarebbe da dire che non sempre il suo talento ha retto da solo lo spettacolo e che la regia avrebbe dovuto cercare di portare il resto del cast al suo livello (o almeno avvicinarsi un po’ a quelli che sono stati gli standard del Conte Olaf).

Certamente positivo, inoltre, è stato il finale di stagione, in cui il livello si è notevolmente innalzato. L’indifferenza iniziale ha lasciato il posto a una timida simpatia per i personaggi e a un pizzico di divertimento nell’assistere ai piani malefici del bizzarro antagonista dell’universo della serie. Ed è per questa ragione che la visione della serie è comunque consigliata. Ci aspettiamo tanto dalla seconda stagione, consci che Netflix saprà recepire e trarre forza dalle critiche piovute dal mondo di internet, che ha apprezzato sì la serie, ma non ha potuto non notarne alcuni difetti.

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