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RATCHED – Recensione serie tv Netflix

RATCHED

Mildred Ratched. Se questo nome non vi dice niente, dovreste dare un’occhiata a quel film vincitore di 5 Oscar che è Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Ryan Murphy (American Horror Story, Hollywood) e Netflix portano sul piccolo schermo la storia della caporeparto del manicomio di Salem, 15 anni prima delle vicende narrate nel film di Milos Forman ( a sua volta tratto dal romanzo di Ken Kesey).

Nel 1947 un uomo di nome Edmund Tolleson uccide quattro preti e viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico per valutarne le condizioni mentali prima della condanna.

Il direttore dell’istituto, Richard Hanover, utilizza metodi nuovi e sperimentali per curare i malati e dopo l’arrivo di Tolleson, il governatore della California Wilburn intuisce che sfruttare questa situazione può fare da traino alla sua ricandidatura per le imminenti elezioni.

Nello stesso periodo fa la sua comparsa Mildred Ratched che riesce a farsi assumere come infermiera nell’istituto psichiatrico.

Tutto ciò che accade all’interno del manicomio, però, è un intrico di relazioni e segreti che porteranno molti cambiamenti nella vita dei pazienti, del personale e della stessa Ratched.

Fare un paragone tra la Mildred della serie tv e quella del film non è facile.

Il personaggio che ci viene descritto da Murphy non ha ancora quel carattere duro e risoluto che è peculiarità della Ratched del film.

Troppi sono i cambi anche abbastanza repentini nel modo di fare della donna, nel modo di affrontare le situazioni che le si presentano, sebbene in alcune occasioni si palesa la sua freddezza e il suo distacco. 

Probabilmente il suo percorso sarà ancora più chiaro a partire dalla seconda stagione, già confermata.

Nonostante questa altalenante caratterizzazione, il personaggio comunque resta attraente e mantiene bene la scena anche grazie ad una prova splendida della bravissima e ormai possiamo dire musa di Murphy, Sarah Paulson.

Ratched però non è solo la storia di Mildred; è la storia di un mondo, quello delle malattie mentali, che all’epoca veniva trattato con crudezza e che Murphy ci mostra anche con scene molto realistiche.

Anche il tema dell’omosessualità, molto centrale nella serie, così come accadeva in quegli anni viene descritto come un altro dei problemi psichiatrici da cui salvarsi grazie alle cure di un istituto.

Lo stesso istituto diventa parte integrante della narrazione, il luogo principale in cui tutto si svolge ed ogni segreto si sgretola.

Lo stile del manicomio è minimale, ordinato, con colori pastello a contrasto che riempiono le inquadrature geometriche e che si abbinano ai vestiti dell’epoca anch’essi coloratissimi che fanno da contraltare al dolore e alla pazzia di chi ci vive quotidianamente.

E chi ci vive è un parterre di personaggi di ogni tipo: persone realmente malate come la schizofrenica Charlotte Welles (interpretata magistralmente da Sophie Okonedo) che sono sottoposte alle cure dolorose del dottor Hanover (Jon Jon Briones), uomo da vedute molto particolari rincorso da un passato difficile.

Edmund Tolleson (Finn Wittrock) assassino a sangue freddo.

L’infermiera tutta d’un pezzo Betsy Bucket (Judy Davis) e la consigliera del governatore, Gwendolyn Briggs (la bravissima Cynthia Nixon).

Menzioni speciali per il governatore Wilburn di Vincent D’onofrio e Lenore Osgood, donna che cerca vendetta nei confronti del dottor Hanover, interpretata da Sharon Stone che danno un tocco in più a tutta la serie.

Ratched non è una serie perfetta, vive di personaggi forti ma non ancora formati e di situazioni a volte poco lineari, ma è da guardare perché è un prodotto di buon livello che sa tenere alta l’attenzione mentre scopriamo passo dopo passo i segreti della vita di Mildred e delle persone che le sono accanto.

In alcuni episodi sembra di assistere ad una puntata di American Horror Story calata nel contesto sfarzoso di Hollywood, ma tutto ciò non inficia la storia, anzi rafforza il punto che stiamo guardando un’opera del signor Ryan Murphy, tra dramma e inquietudine. 

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