Qual è la posizione di Feud rispetto al sessismo hollywoodiano?

Si è tanto e tanto a lungo parlato di sessismo in merito alla nuova serie di Ryan Murphy, in grado di conquistare grande spazio e approfondimenti persino in giornali molto importanti negli States. Alcuni si sono definiti soddisfatti a metà, altri hanno criticato il dipinto tratteggiato da Murphy nel voler riproporre e raccontare un’epoca di Hollywood, le cui sfaccettature possono essere oggetto di grande interesse anche per il periodo storico che stiamo vivendo oggi.

Sembrerebbe che, per alcuni, il vero protagonista di Feud sia il “sessismo”, e, per estensione, anche il suo opposto, il femminismo. E non possiamo negare che, in effetti, l’oggetto principale e più interessante della storia non è tanto la faida e l’antagonismo fra Joan Crawford e Bette Davis, quanto piuttosto la trasposizione e la rievocazione di un periodo storico assai particolare. La Hollywood degli anni ’30 e ’40, che viene vissuta nella serie come una sorta di presupposto, di base da cui le personalità delle protagoniste sono state plasmate, ma anche la Hollywood degli anni ’60, dove inizia a percepirsi la necessità di cambiamento, sebbene tanti personaggi sembrino lottare per far restare tutto com’è.

Per chiarirci meglio: Hollywood e il cinema in genere nella prima parte del Novecento era una landa di uomini. Gli uomini erano coloro che ci mettevano le idee e i soldi, le donne erano le eroine, le dee, che venivano modellate dagli uomini. Le donne dovevano essere attraenti, seducenti, diventare dei veri e propri sogni erotici per gli uomini, oltreché degli archetipi di femminilità da conservare negli annali. Alle donne non era richiesto nulla di ciò che si connotava per essere peculiarità dell’uomo, o, per meglio dire, nulla che potesse connotarle come imprenditrici o come menti creative.

Questa realtà ci viene riproposta con grande abilità da Murphy, specialmente nel tratteggiare il personaggio, evidentemente misogino e sessista, di Jack Warner (Stanley Tucci), ma anche di Joan Crawford, la quale ha puntato, durante tutta la sua carriera, sul suo aspetto fisico e sulla sua sensualità più che sul talento e, nel tempo narrato dalla serie, si ritrova a soffrire il suo invecchiare in un mondo dove le donne possono risultare appetibili e utili all’arte cinematografica solo durante la loro gioventù.

E tuttavia riteniamo che Feud abbia tanti messaggi positivi al suo interno, che vogliono smascherare l’insensatezza del pensiero sessista e misogino. Le due protagoniste, Bette Davis (Susan Sarandon) e Joan Crawford (Jessica Lange), seppur afflitte per come vanno le cose e timorose di essere stroncate dalla critica e di non poter avere più occasioni lavorative, hanno grandissime personalità. Delle personalità che le portano a lottare e a battagliare per imporsi molto più di quanto loro stesse si rendano conto, sebbene spesso la Crawford ricada in un tunnel di depressione e di impotenza, dettato dalle pressioni di una società che non la fa sentire mai veramente apprezzata. Ma anche i personaggi di Mamacita e Pauline incarnano un messaggio altamente positivo e progressista, che fa ancora più scalpore in un periodo di apparente regressione politico-ideologica negli Usa, proponendosi di essere personaggi fiduciosi in un cambiamento. In un cambiamento che porterà le donne a poter fare i lavori degli uomini, che porterà le donne a potersi dimostrare in gamba anche più delle controparti maschili.

Si è parlato davvero tanto di come la tematica del sessismo sia stata affrontata in Feud, arrivando a sentire anche critiche molto forti sull’opera di Murphy da parte di coloro che hanno avuto accesso ad un’anteprima dei primi sei episodi della serie. Non sappiamo se le critiche permarranno, andando avanti con la visione, ma ci auguriamo che gli spunti positivi e i messaggi progressisti continuino ad essere un leit motiv di Feud, rendendo la serie molto più che un semplice prodotto di intrattenimento.

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