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Outcast: il dissipato spettro del Diavolo e la caccia a un male rimasto inespresso

Articolo di Hall of Series 

You’ve been doing this a lot longer than I have. — Kyle Barnes
I thought we determine I’ve been doing shit. — John Anderson

Al termine della prima stagione di Outcast ci salutammo con una speranza:

Con nuovi personaggi all’orizzonte e dinamiche ancora in fase di definizione, ciò che chiediamo ad Outcast è “coerenza“: che si dimostri sui livelli degli ultimi episodi, senza scadere nel banale, alimentando nelle giuste dosi la componente di horror e bilanciando quel profilo drama sin troppo invadente nei primi episodi.

Ora che anche la seconda stagione è alle spalle, con rammarico constatiamo come quelle aspettative hanno trovato soddisfazione a metà, sfociando in uno sviluppo a più velocità, una sceneggiatura altalenante, a tratti evanescente,  che ha vissuto dell’alternarsi di luci e ombre.

Is everything okay, daddy? — Amber Barnes
It’s perfect. Just like you. — Kyle Barnes

Di sicuro apprezzamento è la dimensione familiare assunta in questi 10 episodi dai Barnes.

Superata l’impasse iniziale, Kyle si dimostra protagonista coerente per crescita ed evoluzione. Anche la sua piccola lucciolaAmber, conquista sicurezza, forte del legame con il padre, confermandosi personaggio capace di superare brillantemente i limiti della sua tenera età. A beneficiare del Dinamico Duo Allison, che, da madre sfinita e costernata della prima stagione, si afferma in un ruolo più che dignitoso.

Sotto questo profilo la sorpresa più lieta però è rappresentata da Megan. Ne avevamo auspicato una maggiore centralità. Ebbene, il personaggio interpretato da Wrenn Schmidt è andato oltre. Autentico, mai banale, in grado di decollare nonostante quel freno ingombrante chiamato Holly, ritratto inflazionato di una ragazzina in preda al lutto.

Nella quiete prima della Grande FusioneRome è abbandonata a se stessa

Desolata e corrotta. Rome è ormai un covo di serpi, dove i posseduti fanno e disfano la loro tela in vista del grande evento. Dall’altra parte della barricata, isolati e diffidenti, si elevano gli ultimi baluardi dell’uomo. Una resistenza nel segno di un’umanità ricercata e distintiva dalla controparte rappresentante Il Male.

Tra questi su tutti spicca il Byron Giles di Reg E. Cathey e il suo tragico destino. Al netto di un’interpretazione eccelsa, eccoci di fronte a un personaggio che si batte con tutte le sue forze contro un potere ignoto, intenzionato a distruggere quello che ama. Perseveranza e dedizione. Valori incrinati dalla possessione prima, e spezzati dal suicidio della moglie Rose, poi.

Ma se già avevamo fatto la conoscenza del capo della Polizia, passaggio inatteso e nevralgico allo stesso tempo di questa stagione è stata l’introduzione di Bob Caldwell. Custode del passato di Rome e delle azioni compiute trent’anni prima da Simon Barnes, il padre di Kyle. Un volto – quello dell’individuo che vive nella discarica a cielo aperto – capace di aggiungere ulteriore complessità e profondità alla trama.

Ma c’è di più. Outcast ha consegnato alcune (non molte, a dirla tutta) risposte sulla minaccia incombente

Slegando la narrazione da una stereotipata lettura spirituale-religiosa, ecco prendere forma un racconto paranormale inghiottito da un’atmosfera misteriosa, tutto da scoprire.

Quel male additato come il Diavolo non è quello che sembrava. Quell’informe massa nera incarna ciò che non si conosce, il diverso. Da guerra santa a schermaglie e ritorsioni violente, il passo è breve. Così il flagello assume i tratti del mero invasore, con buona pace delle questioni etiche e dogmatiche. La conduzione efferata da parte dei posseduti c’impedisce di legare empaticamente con loro, per quanto capiti di domandarsi a volte se le azioni compiute da Kyle e soci siano nel giusto o meno.

Ma se Outcast finisce con il perdere quell’alone biblico così netto nel corso della prima stagione, il male continua comunque a essere identificato nei posseduti, finalmente svelati nella loro aggregazione. Una comunità più stratificata di quanto si potesse pensare, dotata di regole e gerarchie, indirizzata verso uno scopo univoco.

IDEE INESPRESSE

You don’t get to choose. The saints are just as susceptible as the sinners. — Sidney

Forse sarebbe più corretto parlare di idee precoci. Comunque la si metta, la sceneggiatura di questa seconda stagione si presenta come embrionalein potenza, contraddistinta da una frenetica evoluzione, senza mai raggiungere una forma definitiva.

Emblematico di quanto stiamo dicendo è, in particolare, la gestione di un nuovo personaggio apparso all’orizzonte: Simon Barnes

Lo scomparso padre di Kyle, la chiave di tutto. Una figura che inevitabilmente porta a un confronto impietoso con iJohn Winchester di Supernatural. Soltanto che il personaggio con il volto di C. Thomas Howell appare dal nulla e altrettanto velocemente scompare. Un ruolo superficiale sotto molti aspetti, denigrato dall’alienazione verso la Grande Fusione e il suo significato.

Un espediente non riuscito quello di far riapparire la figura paterna, così come lascia interdetti la gestione del comando tra le fila dei posseduti. Il concilio, di cui sono membri sia Sidney che il dottor Park, esce di scena dopo poche apparizioni, eliminato con estrema facilità. Con altrettanta nonchalance ci verrà poi indicato fugacemente come a tirare il fili sia in realtà una coppia altolocata dai grandi poteri.

Di difficile lettura anche la funzionalità del ritorno di Blake Morrow. L’unico in grado di resistere ai poteri del Reietto, tra visioni e qualche minaccia affilata, non è intervenuto significativamente sugli eventi.

In questa crescita fuori controllo vengono a perdersi il Reverendo John Anderson, impantanato nelle pieghe della comunità di fedeli che attende la Grande Fusione e ridotto ai margini dell’azione, ma soprattutto Sydney.

Il villain della prima stagione subisce una metamorfosi narrativa inaspettata

Da accentratore qual’era, Outcast espelle questa figura con estrema naturalezza, senza risentirne. Le sua azioni appaiono, con il senno di poi, autoreferenziali. A questo proposito, una delle maggiori delusioni  è sicuramente Aaron MacCready, il figlio di Patricia che ritenevamo erroneamente morto nell’incendio provocato dal Reverendo. Aaron è un personaggio propriamente fine a se stesso. Sadico, cattivo, sociopatico. Un adepto del male per puro capriccio. Fastidioso in ogni gesto, scoprire che il suo destino è quello di essere soffocato da Sidney con un cuscino ci ha lasciato perplessi.

Il pensiero che fossero loro la mano che avrebbe portato sulla Terra l’Apocalisse si è rivelato un errore di valutazione enorme. Eppure, per modalità e timing, quello che dovrebbe essere un colpo di scena va ad assumere i connotati di una forzatura.

In effetti, sono molti gli elementi forzati, rimasti inespressi. Oltre al concilio, il bambino dell’ospedale, pensiamo alla gravidanza di Megan o il ruolo di Helen.

Idee incompiute, che sarebbero potute essere sfruttate in maniera migliore

Sullo sfondo una lotta intestina tra i posseduti. C’è chi vuole portare a compimento La Grande Fusione. Chi invece insegue un modo per vivere nel mondo degli umani.

Contemporaneamente, un numero insospettabile di Fari si palesava. Il loro ruolo e l’origine restano confusi, mentre li assistiamo riunirsi al solo scopo di sacrificarsi e scongiurare la fine.

Domanda sorge spontanea. Se era questo il piano originale di Simon, allora a quale scopo creare il gruppo con a capo Dakota? E se Rome pullulava di luci, come mai i posseduti non se ne sono mai interessati? Perché questi non hanno aiutato Kyle? E soprattutto, perché questi individui, senza indugio alcuno, erano disposti a togliersi la vita?

SEASON 3?

If there’s anyone who deserves a happy ending, it’s you. — Megan Holter

In attesa di scoprire se ci sarà la terza, la seconda stagione di Outcast presta il fianco a forti e argomentate critiche.

Un prodotto che acquisisce un tono riconoscibile, anche abbandonando l’ottica spirituale, ma chepecca di sostanza e non solo. Lo stesso format, 10 episodi a stagione, non sembra essere formula adatta a esprimere quel potenziale che Outcast ha maturato fin qui.

Poche idee, ma ben sviluppate. Questa la via da seguire per collocare Outcast tra i titoli che contano, perché un’eventuale  e ulteriore season sulla falsariga dell’ultima rischia di posizionarlo tra quelle Serie Tv destinate al limbo dell’incertezza.

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