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Babadook. L’opera prima di Jennifer Kent.

Per questa settimana la rubrica settimanale si concentra sull’ horror, analizzando l’opera prima di Jennifer Kent. Babadook è una pellicola che ha ottenuto molto successo di critica, grazie al quale è stato distribuito anche in Italia; l’opera indipendente in analisi continua a sorprendere, infatti in futuro potrebbe diventare un piccolo cult.

La regista sceglie di narrare nella sua opera prima la disturbante storia di una famiglia in disgrazia, composta da una vedova insoddisfatta, sola e da un figlio che risente della mancanza del padre; come se non bastasse questo incipit, la famiglia viene perseguitata da un’entità misteriosa dal nome Babadook. La pellicola di Jennifer Kent con il primo piano iniziale, riesce a chiarire quella che sarà un’opera prima del tutto profonda e inquietante in cui i protagonisti affronteranno una crescita personale, risvegliando quella felicità sopita agognata da molto tempo. La regia riprende i tratti kubrickiani attraverso un punto macchina molto spesso carico di convergenze prospettiche, in cui i personaggi si muovono in un ambiente freddo, claustrofobico e mai solare.

Il dramma familiare è un tema molto comune, ed è per questo che Babadook calibra perfettamente le emozioni manifestate dai personaggi, i quali trovano nella paura di cambiare un modo di sopravvivere, non di vivere. L’entità misteriosa è il cambiamento di cui avevano bisogno, la reazione a una vita priva di coraggio e umanità; l’amore è solo un lontano ricordo nella vita di Amelia, ella si rifugia nella vita quotidiana priva di affetti nella quale tutto è ripreso da una fotografia glaciale, priva di luce ma pregna di ombre. Il montaggio invece sceglie saggiamente quando distribuire i picchi di tensione e quando attenuare la vicenda; essa non è solo un’opera scruta il passato grazie alle numerose ispirazione della regista, la quale dimostra di conoscere autori come Kubrick e Bava.

L’opera di Jennifer Kent resta con i piedi per terra, si concentra sui personaggi realizzando il microcosmo di un ambiente familiare in qualcosa di più ampio; sceglie di trattare il tema della diversità con audacia caratterizzando il figlio Samuel con un’innocenza disarmante, il rapporto tra madre e figlio è realizzato con la sapienza di chi conosce Polanski e i modo in cui l’autore sviscera la psicologia dei personaggi. Il lungometraggio di Jennifer Kent dimostra il suo enorme talento nella messa in scena e nella scrittura della sceneggiatura.

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